Sapori d’Etiopia

C’è poco da fare. Quando arrivi in Africa, non appena scendi dall’aereo, vieni pervaso dal profumo di questo continente. Non so se sia l’odore delle spezie, del cibo di strada, della natura selvaggia o perché no, talvolta forse anche dell’immondizia; ma il profumo d’Africa è inebriante e non lo si dimentica.

Quella volta, non era la mia prima volta in Africa, ma era la mia prima volta in quella che si definisce, forse anche errando, Africa vera. Avrei trascorso un mese in Etiopia, ad Addis Abeba, a lavorare come volontaria in un centro per ragazzi di strada. Avrei trascorso un mese che, col senno di poi, posso forse definire il più intenso della mia vita, ad oggi.

Quando arrivi in una terra sconosciuta, inizi a guardarti intorno come un bambino curioso. Senti parlare una lingua diversa, vedi la gente vestire in maniera diversa, noti città e strade diverse, vieni permeato da una cultura diversa e, non da meno, scopri cibi diversi. Tutto è diverso. Tutto è uno stimolo, una scoperta, talvolta una rivelazione. E una rivelazione per me, lo è stata proprio la cucina etiope. Dalla frutta dolce e matura, all’injera; dalle spezie dai sapori decisi, alle pannocchie cucinate a lato strada; dalla canna da zucchero tagliata sul momento, fino alla cerimonia del caffè.

Ricordo ancora la prima cosa in assoluto che mangiai. Fu una banana. Una di quelle piccole, dolci e mature. Ad Addis Abeba infatti, come un po’ in tutti i villaggi d’Etiopia che ho avuto modo di visitare, non mancano certo le bancarelle di frutta. Nel periodo in cui sono stata io (luglio ’15 – stagione delle piogge), c’erano mango, papaya, fichi d’india, avocado, arance, ananas e banane in abbondanza. Qualche banchetto proponeva anche ottimi smoothies, per tutti i gusti.

Ho avuto modo di assaggiare anche il primo Kasimiro della mia vita, più comunemente conosciuto come Sapote Bianco. Insomma…il paradiso! Mi sembrava quasi utopia poter avere tutta quella frutta esotica dolce e matura sempre a portata di mano e a prezzi decisamente contenuti rispetto a quelli che sono i nostri standard (per quei tipi di frutti)! Poi ovviamente tenete in conto che, poco o tanto, come si fa con i turisti di tutto il mondo, da bravi venditori anche gli etiopi si approfitteranno di voi e faranno di tutto per mantenere i loro margini sufficientemente alti 😉, ma questa è un’altra storia!

Per le strade poi è comune imbattersi in venditori di canne da zucchero, che vi verranno tagliate e servite sul momento e che potrete gustare come fossero chupa-chups. Molte sono anche le donne che a lato strada vi offriranno pannocchie bollite o grigliate, o dell’ottimo kolo (orzo tostato e  croccante).

Il vero Re nella cucina etiope però, ovvero ciò che ha causato in me una vera e propria dipendenza, è il teff. Per tutti coloro che non lo conoscessero, si tratta del cereale, o meglio dello pseudocereale più piccolo del mondo. Coltivato solo ed esclusivamente in quella zona geografica conosciuta come il Corno d’Africa, rappresenta la base dell’alimentazione in Etiopia. È senza glutine, a basso indice glicemico e ricchissimo di vitamine e minerali. Le dimensioni ridotte del cereale ne rendono impossibile l’eliminazione della cuticola esterna, e proprio per questa sua caratteristica è ricchissimo di fibre. Essendo poi di fatto uno pseudocereale, è ricco di proteine e più povero in carboidrati rispetto a un qualsiasi altro cereale.

Dal chicco si ricava la farina che, mescolata all’acqua, viene lasciata fermentare per alcuni giorni. Il composto che si ottiene viene poi scaldato su una piastra su un solo lato fino ad ottenere una specie di piada ricoperta di bolle. Questa sorta di pane spugnoso e molto assorbente, conosciuto come injera, viene utilizzato per raccogliere il cosiddetto wat, ovvero il companatico d’accompagnamento, solitamente a base di carne o legumi. Il tutto si mangia rigorosamente con le mani, utilizzando proprio l’injera al posto delle posate! Credetemi, un’esplosione di sapori!

Io non so cosa fosse. Forse l’aria, forse le spezie, forse il semplice fatto di mangiare con le mani, ma quel pane injera acidulo, spugnoso e pressoché impossibile da trovare in Italia, è diventato uno dei miei piatti preferiti.

L’Etiopia per me è stata una scoperta. Sono partita dall’Italia senza conoscere nulla di una terra che si è rivelata essere splendida. I paesaggi, per quel poco che ho avuto occasione di visitare, sono mozzafiato, la gente è solare e sorridente, pronta a lasciarsi andare a qualche ballo tipico; il cibo è un’esplosione di sapori così differenti da quelli a cui siamo abituati e poi ancora la musica, la confusione per le strade, i bambini a piedi nudi sempre e comunque, la cerimonia del caffè, i bajaj che sfrecciano per le strade dissestate, i colori accessi, le contraddizioni tipiche delle grandi capitali africane, le stelle così grandi e vicine e quel profumo d’Africa.

Quando, raramente, ho occasione di mangiare un’injera, tutto questo mi torna vivido alla mente.

Questa è la magia del cibo. Evoca ricordi, suscita emozioni. Il cibo è sostentamento, ma non solo. È l’espressione di una terra, di una cultura, di un popolo. Il cibo è quell’arte alla portata di tutti, un modo per conoscere e farsi conoscere.

Quindi cari amici, se avete in programma un viaggio in Etiopia, o anche solo uno scalo aereo ad Addis Abeba, non siate timorosi ma lasciatevi trasportare dai mille sapori che questa terra ha in serbo per voi.

E se invece non avete in programma nessuna delle due cose, allora vi consiglio di provare ad approcciarvi all’injera in uno dei pochi ristoranti etiopi e/o eritrei che ci sono in Italia.

Io personalmente sono stata recentemente a Bologna, al ristorante Habesha, e non posso che consigliarvelo! I proprietari sono una coppia originaria dell’Etiopia, gentile e disponibile. Il locale è semplice, pulito e molto…etiope 😉 ( https://www.facebook.com/Habesha-205080519840763/ )

Spero che queste poche righe vi abbiano suscitato curiosità e, per coloro che proveranno questa cucina, spero possa lasciarvi piacevolmente stupiti, come ha fatto con me.

Buon viaggio, buona scoperta.

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